Cosa sta cambiando negli assistenti domestici
Il 15 aprile 2026 Amazon ha aperto in Italia l’accesso anticipato ad Alexa+, il nuovo assistente basato su intelligenza artificiale generativa, alla cui versione italiana ha lavorato anche il Centro di Ricerca e Sviluppo Alexa di Torino. La fase gratuita si è chiusa il 15 settembre 2026. Da allora Alexa+ costa 22,99 euro al mese ed è inclusa senza costi aggiuntivi nell’abbonamento Prime. Chi non la attiva può continuare a usare l’assistente tradizionale. Negli stessi giorni di aprile Google ha portato Gemini dentro Google Home, anche qui in accesso anticipato e con attivazione manuale dall’app. Le funzioni di base sono gratuite. Quelle avanzate richiedono Google Home Premium, a 10 euro al mese nel piano Standard e a 18 euro al mese nel piano Advanced.
Gli assistenti vocali di qualche anno fa eseguivano comandi brevi e isolati: che tempo fa, metti una canzone, imposta un timer. Quelli generativi prenotano, fanno acquisti, riprendono conversazioni iniziate giorni prima, riconoscono la voce dei diversi componenti della famiglia e imparano gusti e abitudini. Da esecutori di comandi sono diventati agenti che agiscono per conto dell’utente. Lo speaker sullo scaffale è rimasto lo stesso, il trattamento dei dati è cambiato molto.
Un dettaglio tecnico lo mostra bene. Secondo le domande frequenti di Amazon sulla privacy, quando si attiva Alexa+ la Modalità domanda continua viene abilitata sui dispositivi Echo compatibili. Dopo la prima richiesta si può continuare a parlare senza ripetere la parola di attivazione. Il dispositivo resta in ascolto per le domande successive.
Perché il rischio privacy è diverso
Con gli assistenti tradizionali il dato raccolto era soprattutto la singola richiesta. Oggi il valore sta nel profilo che si accumula: chi vive in casa, quando esce, cosa compra, come parla ai figli e come i figli parlano all’assistente. Per costruire le risposte il sistema invia l’audio al cloud, lo trascrive, lo elabora con un modello linguistico e conserva una memoria delle interazioni. Ogni passaggio di questa catena è un punto in cui i dati possono essere esposti.
L’elaborazione in cloud è la regola. Amazon lo scrive nelle sue domande frequenti: la registrazione di ciò che si chiede ad Alexa viene inviata al cloud di Amazon, dove la richiesta viene elaborata e trascritta. Negli Stati Uniti, dal 28 marzo 2025, Amazon ha eliminato l’unica opzione che consentiva di evitare l’invio delle registrazioni, disponibile solo su tre modelli Echo impostati in inglese.
A questo si aggiungono tre questioni che con gli assistenti di prima non si ponevano: l’affidabilità delle risposte, gli effetti su chi le ascolta ogni giorno e il rischio che il filtro dell’algoritmo diventi uno strumento di influenza.
Il cambio di paradigma
Con gli assistenti tradizionali si accettava il trattamento di singole richieste. Con quelli generativi si accetta una raccolta continua e cumulativa, che riguarda anche familiari e ospiti e che si sovrappone alla vita domestica. Stesso dispositivo e stessi microfoni, con un trattamento che mette sotto pressione il principio di minimizzazione del GDPR. In più la risposta diventa un discorso articolato che entra in casa e in chi lo ascolta.
Affidabilità: il 9% delle risposte che non torna
Il 7 aprile 2026 il New York Times ha pubblicato un’analisi sull’accuratezza degli AI Overviews, i riassunti generati dall’AI che compaiono in cima ai risultati di Google. Il test è stato condotto dalla società Oumi con il benchmark SimpleQA su 4.326 domande fattuali. Con il modello Gemini 2 le risposte corrette erano l’85%, con Gemini 3 il 91%. Il dato ha un rovescio: una risposta su undici è sbagliata. Inoltre più della metà delle risposte corrette rimandava a fonti che non sostenevano del tutto l’informazione fornita. Con Gemini 3 la quota di queste risposte è aumentata.
La scala conta. Google dichiara oltre 5.000 miliardi di ricerche l’anno. TechRepublic ha stimato che, se un riassunto AI comparisse in metà delle ricerche, un errore del 9% produrrebbe circa 616 milioni di riassunti sbagliati o fuorvianti al giorno. È una stima che dipende dalle ipotesi di partenza, ma dà l’ordine di grandezza.
Anche i dati di Google indicano un margine di errore ampio per il modello usato da solo, senza il motore di ricerca a fare da riscontro. Nel presentare Gemini 3 Pro, il 18 novembre 2025, Google ha indicato per il modello un punteggio del 72,1% su SimpleQA Verified, una versione rivista dello stesso test. Un assistente vocale restituisce una sola risposta, a voce, senza l’elenco di link che nei risultati di ricerca consente almeno una verifica incrociata.
L’utente non ha modo di distinguere la risposta giusta da quella sbagliata. Tono, sicurezza e fluidità sono identici. L’assistente di prima, se non capiva, lo diceva. Quello generativo risponde quasi sempre, con la stessa autorevolezza, che il contenuto sia vero o inventato.
Soggetti fragili, minori e dipendenza cognitiva
Il secondo rischio mi preoccupa di più. Cosa produce, nel medio periodo, un dialogo quotidiano con un dispositivo che risponde sempre e consiglia sempre? A mio avviso un interlocutore vocale percepito come onnisciente sostituisce la fatica della ricerca, il giudizio sull’affidabilità della fonte e l’abitudine a chiedere a un genitore o a un insegnante.
Sui minori, che GDPR e AI Act tutelano in modo particolare, il rischio va oltre la registrazione della voce. Un bambino che rivolge cento domande al giorno a un assistente riceve cento risposte costruite su base probabilistica. Secondo me non costruisce la stessa rappresentazione del sapere che si formava consultando un’enciclopedia o chiedendo a un adulto, che poteva prendersi il tempo di rispondere, di approfondire o di dire “non lo so”.
Il tema riguarda, con sfumature diverse, anche gli adulti. Una rassegna pubblicata nel 2025 su Frontiers in Psychology1 raccoglie studi, condotti per lo più su piccoli gruppi di studenti, secondo cui un affidamento eccessivo agli strumenti di AI può ridurre l’impegno cognitivo e la memorizzazione. Gli stessi autori chiedono ricerche sugli effetti di lungo periodo. Per un anziano con fragilità cognitive, per una persona in un momento di vulnerabilità o per un adolescente, questa delega continua può diventare dipendenza. Se ne parla ancora troppo poco.
Il filtro algoritmico e la lezione di Cambridge Analytica
Il terzo rischio è, a mio giudizio, il più sottovalutato. Un assistente che risponde su qualunque argomento sceglie a monte cosa farci sentire. Ogni volta che Gemini o Alexa+ sintetizzano una risposta su un tema controverso, che sia l’attualità, un acquisto o una questione politica, applicano un filtro che l’utente non vede e non può verificare.
Quel filtro è costruito da aziende che perseguono obiettivi commerciali. Se l’obiettivo prevalente è il tempo di permanenza, l’algoritmo tende a premiare i contenuti che catturano l’attenzione, spesso i più polarizzanti. Per produrre distorsioni non servono intenzioni malevole. Bastano un’ottimizzazione orientata al coinvolgimento, la scelta di alcune fonti al posto di altre, la preferenza per certe formulazioni. Su milioni di utenti, anche uno scarto minimo pesa sulla formazione dell’opinione pubblica.
Il caso Cambridge Analytica, emerso nel 2018, ha mostrato cosa accade quando profilazione e comunicazione personalizzata si mettono al servizio della propaganda politica. Chi vuole approfondire può leggere il mio articolo su Cambridge Analytica e la crisi epistemologica della privacy. Qui conta il trasferimento di quel ragionamento al contesto domestico. Allora bastavano i dati raccolti attraverso un social network. Con un microfono in casa e un assistente che diventa il punto di accesso a qualsiasi risposta, la superficie esposta a tentativi di manipolazione si allarga molto.
L’AI Act (Regolamento (UE) 2024/1689) vieta dal 2 febbraio 2025, all’art. 5, par. 1, lettere a) e b), i sistemi di AI che usano tecniche subliminali, manipolative o ingannevoli, o che sfruttano le vulnerabilità legate all’età, alla disabilità o alla situazione sociale o economica, quando distorcono in modo rilevante il comportamento delle persone e causano o possono causare un danno significativo. A mio avviso il limite pratico di questo divieto è che la manipolazione emerge quasi sempre dopo, quando il danno si è già prodotto e qualcuno riesce a documentarlo.
Alexa+: cosa raccoglie e come controllarlo
Le domande frequenti di Amazon sulla privacy di Alexa elencano i dati trattati: le registrazioni vocali delle richieste, le loro trascrizioni, le richieste digitate, le informazioni che l’utente condivide con Alexa perché le ricordi, le preferenze ricavate dall’uso degli altri servizi Amazon, lo stato dei dispositivi per la casa intelligente collegati e, per chi usa le chiamate e i messaggi Alexa, la rubrica importata dal telefono. Con il consenso dell’utente Amazon crea anche un ID vocale, cioè un modello delle caratteristiche della voce che permette ad Alexa di riconoscere chi sta parlando.
I controlli si trovano nell’app Alexa, nel percorso Altro > Privacy Alexa, oppure sul sito amazon.it. Si possono riascoltare e cancellare le registrazioni, scegliere l’eliminazione automatica dopo 3 o 18 mesi oppure non salvare alcuna registrazione. In quest’ultimo caso l’audio viene eliminato dopo l’elaborazione, le trascrizioni restano per 30 giorni e l’ID vocale smette di funzionare. Dallo stesso pannello si gestisce l’uso delle registrazioni per migliorare i servizi, che comprende la revisione da parte di persone di un piccolo campione di interazioni.
Amazon è esplicita anche sui limiti della cancellazione. Eliminare registrazioni e trascrizioni non elimina le altre informazioni legate alle interazioni, come le azioni eseguite, le preferenze e ciò che Alexa ha memorizzato. Soprattutto, se i dati sono già stati usati per migliorare i servizi, Amazon può continuare a usare i sistemi addestrati con quei dati anche dopo averli cancellati.
Gli strumenti esistono, ma funzionano solo se l’utente sa che ci sono, li capisce e si prende il tempo di configurarli. Nella mia esperienza molti utenti aprono il pannello privacy una sola volta, durante la prima installazione, o mai. Il Comitato europeo per la protezione dei dati (EDPB) ricorda nelle Linee guida 02/2021 sugli assistenti vocali virtuali (par. 98) che conservare i dati a tempo indeterminato contrasta con il principio di limitazione della conservazione. Aggiunge che offrire all’utente il modo di cancellarli non esonera il titolare dal definire e applicare tempi di conservazione.
Gemini in Google Home: cosa raccoglie e come controllarlo
Gemini in Google Home tratta dati simili: richieste vocali, trascrizioni, interazioni, stato dei dispositivi. La differenza strutturale rispetto ad Alexa+ è che si innesta sull’account Google, cioè su un insieme che per molti utenti comprende già Gmail, Maps, YouTube, Foto, Calendar, Chrome e Android. Ciò che l’assistente raccoglie si somma a ciò che Google già sa dell’utente.
Secondo le pagine di assistenza di Google, le attività di Gemini for Home vengono salvate nella cronologia di Home, consultabile in Le mie attività, quando sono attivi Voice Match e la cronologia stessa. Per impostazione predefinita sono conservate per 18 mesi. Si può scegliere la cancellazione automatica dopo 3, 18 o 36 mesi, oppure nessuna cancellazione. Google dichiara di usare queste attività per sviluppare e migliorare i propri servizi, compreso l’addestramento dei modelli di AI generativa. L’uso delle registrazioni audio a questo scopo richiede invece un’impostazione separata, disattivata per impostazione predefinita.
L’integrazione fra i servizi Google è anche il suo punto debole per chi tiene alla riservatezza. Chi usa Gemini in casa sceglie cosa aggiungere a un profilo che Google ha già costruito, spesso molto ampio. L’EDPB (Linee guida 02/2021, par. 55) osserva che gli account che legano l’assistente vocale a posta elettronica, video e acquisti costringono a informative lunghe e complesse, che ostacolano il rispetto del principio di trasparenza.
Alexa+ e Gemini a confronto
Il confronto su sette punti che interessano un utente domestico, sulla base della documentazione pubblicata dalle due aziende a settembre 2026.
| Aspetto | Alexa+ | Gemini in Google Home |
|---|---|---|
| Elaborazione delle richieste | Nel cloud di Amazon | Nel cloud di Google |
| Conservazione delle registrazioni | Eliminazione dopo 3 o 18 mesi, oppure nessun salvataggio (trascrizioni conservate 30 giorni) | Cronologia di Home: 3, 18 o 36 mesi, oppure nessuna cancellazione. Predefinito 18 mesi |
| Uso per migliorare i servizi | Gestibile da Privacy Alexa. Comprende la revisione umana di un campione | Attività usate anche per addestrare modelli generativi. Uso delle registrazioni audio disattivato per impostazione predefinita |
| Riconoscimento della voce | ID vocale, su consenso | Voice Match |
| Minori | Amazon Kids. Le Skill per bambini richiedono l’autorizzazione di un genitore | Account supervisionati con Google Family Link |
| Servizi collegati | Acquisti Amazon, Prime Video, Music, Kindle | Gmail, Maps, YouTube, Foto, Calendar, Chrome |
| Prezzo | Inclusa in Prime, altrimenti 22,99 euro al mese | Funzioni di base gratuite. Google Home Premium a 10 o 18 euro al mese |
Sette rischi concreti nell’uso domestico
Cosa può succedere, in pratica, installando uno di questi dispositivi in casa.
Attivazioni involontarie
Il dispositivo tiene i microfoni accesi in attesa della parola di attivazione. Una parola simile, la televisione o un rumore possono attivarlo per errore. Amazon stessa descrive le “attivazioni involontarie”, per esempio quando qualcuno pronuncia il nome “Alex”. In quei casi frammenti di conversazione, anche intimi, finiscono nel cloud. L’EDPB (Linee guida 02/2021, par. 30) ritiene molto improbabile che un’attivazione accidentale possa valere come consenso e chiede al titolare che se ne accorge di verificare una base giuridica o di cancellare i dati.
Minori che non hanno scelto di usarli
Bambini e adolescenti vivono nello stesso spazio del dispositivo. La loro voce e il loro comportamento entrano nel sistema anche se non sono consapevoli delle conseguenze. Il tema è sviluppato più avanti.
Ospiti registrati senza saperlo
Amici, parenti, badanti, tecnici in visita: nessuno di loro riceve un’informativa da Amazon o da Google. Se parlano mentre il dispositivo è attivo, la loro voce può finire nelle registrazioni del vostro account. Le Linee guida dell’EDPB (par. 59) chiedono ai fornitori di informare anche gli utenti non registrati e quelli accidentali. Le stesse linee guida ammettono che nella pratica è difficile.
Un profilo difficile da revocare
Cancellare le singole registrazioni è possibile. Cancellare il profilo costruito in anni di interazioni è un’altra cosa. Come ammette la stessa Amazon, i sistemi addestrati con quei dati restano in uso anche dopo la cancellazione. Le informazioni ricavate dalle interazioni possono sopravvivere alle registrazioni. Manca un comando che faccia dimenticare tutto. Serve un percorso fatto di richieste esplicite, verifiche e tempi non sempre chiari.
Account violato, cronologia esposta
Chi entra nel vostro account Amazon o Google, per una password debole o riutilizzata, per phishing o per la mancanza dell’autenticazione a due fattori, accede a mesi o anni di conversazioni, se le registrazioni sono conservate. Nel caso di Amazon il rischio si somma a quello economico legato agli acquisti. La violazione degli account è tra gli incidenti più comuni. Un assistente generativo è un archivio di informazioni personali che prima non esisteva.
Controllo all’interno della famiglia
In case con conflitti tra conviventi o situazioni di violenza domestica, un assistente vocale può diventare uno strumento di controllo nelle mani di chi gestisce l’account principale, che vede la cronologia di tutti. È un aspetto spesso sottovalutato. Pesa anche per chi svolge professioni in cui la riservatezza delle conversazioni domestiche conta, come magistrati, giornalisti e medici.
La casa controllata da fuori
Questo rischio nasce con il primo dispositivo connesso che entra in casa: una telecamera Wi-Fi, una serratura smart, un termostato. Ogni oggetto connesso è un canale permanente verso l’esterno, governato da un software proprietario aggiornato da remoto. Gli assistenti generativi aggiungono microfoni più sensibili e un’integrazione più profonda con gli altri dispositivi.
Un canale aperto può essere usato da chi non ne ha titolo, per un account compromesso, una vulnerabilità del firmware o un fornitore violato. Un caso documentato riguarda Ring, la società di videocitofoni e telecamere di Amazon. Nel 2023 la Federal Trade Commission (FTC), l’autorità statunitense per la tutela dei consumatori, le ha contestato che dipendenti e collaboratori avevano accesso completo ai video dei clienti e che, prima dell’introduzione dell’autenticazione a due fattori nel 2019, alcuni criminali erano entrati nei flussi video di telecamere domestiche per minacciare famiglie e insultare bambini. La vicenda si è chiusa con un accordo da 5,8 milioni di dollari.
Chi installa uno smart speaker o una telecamera in camera da letto, nella stanza dei bambini, in bagno o nello studio estende il perimetro della propria vita privata, o professionale, a una catena tecnica che non controlla. Configurazioni restrittive, password lunghe e diverse per ogni servizio, autenticazione a due fattori e una rete domestica separata per i dispositivi connessi riducono la probabilità di abuso. Il rischio di fondo resta finché il dispositivo è acceso e connesso.
La regola delle regole
Prima di installare un microfono o una telecamera connessi conviene chiedersi: cosa succederebbe se qualcun altro prendesse il controllo di questo dispositivo? I produttori adottano contromisure tecniche, ma nessun sistema è inviolabile. Per gli spazi più intimi della casa, come camere da letto, stanze dei bambini e bagni, la misura più efficace resta la più semplice: non portarcelo.
Bambini in casa: chi presta il consenso?
In una casa dove vive un bambino, l’assistente vocale finirà per registrarlo. Il dispositivo è in cucina, in salotto, in corridoio. Il bambino parla, gioca, fa domande. Il sistema non sa che si tratta di un minore, a meno che non sia stato configurato un profilo dedicato. Anche in quel caso restano zone grigie sull’uso condiviso del dispositivo principale.
Sul piano giuridico la regola dei 14 anni va letta con precisione. L’art. 2-quinquies del Codice privacy, in attuazione dell’art. 8 del GDPR, stabilisce che per i servizi della società dell’informazione offerti direttamente ai minori il trattamento dei dati di chi ha meno di 14 anni, quando si fonda sul consenso, è lecito solo se il consenso è prestato da chi esercita la responsabilità genitoriale. La regola vale quindi per i trattamenti basati sul consenso. Per quelli basati sul contratto, osserva l’EDPB (Linee guida 02/2021, par. 92), le condizioni dipendono dal diritto contrattuale nazionale. Il riconoscimento della voce richiede invece un consenso esplicito, perché comporta il trattamento di dati biometrici (par. 81 e 82).
Le conseguenze di una gestione scorretta non sono teoriche. Nel 2023 Amazon ha pagato negli Stati Uniti una sanzione civile di 25 milioni di dollari per aver conservato a tempo indeterminato le registrazioni vocali dei bambini raccolte da Alexa quando i genitori non ne chiedevano la cancellazione. Quando la chiedevano, Amazon non eliminava del tutto le trascrizioni. Secondo la FTC quei dati servivano anche ad addestrare l’algoritmo a capire i bambini.
Nelle famiglie con genitori separati il quadro si complica. L’art. 337-ter, comma 3, del codice civile prevede che le decisioni di maggiore interesse per i figli, relative a istruzione, educazione, salute e residenza abituale, siano assunte di comune accordo. A mio avviso sottoporre un bambino a registrazione vocale e profilazione continuativa fin dalla prima infanzia è una scelta che dovrebbe essere condivisa da entrambi i genitori. Non ho trovato pronunce che applichino questa norma agli assistenti vocali. Nella pratica decide chi ha il figlio con sé e ha configurato il dispositivo.
Checklist: le impostazioni da controllare subito
Le impostazioni vanno riviste subito dopo l’installazione, o anche adesso se il dispositivo è in casa da tempo.
Alexa+ (app Alexa, Altro > Privacy Alexa)
- Scegliere di non salvare le registrazioni vocali, oppure l’eliminazione automatica dopo 3 mesi. Senza registrazioni salvate l’ID vocale non funziona.
- Disattivare l’uso delle registrazioni vocali per migliorare i servizi Amazon.
- Riascoltare e cancellare la cronologia esistente, comprese le trascrizioni.
- Eliminare gli ID vocali dei familiari che non vogliono essere riconosciuti, con la funzione Cancella la mia voce.
- Disattivare gli acquisti vocali o proteggerli con un codice.
- Configurare un profilo Amazon Kids se in casa ci sono minori.
- Rivedere le Skill di terze parti attive e rimuovere quelle non usate.
- Controllare l’elenco dei dispositivi per la casa intelligente collegati.
Gemini in Google Home (app Google Home e account Google, sezione Dati e privacy)
- Impostare la cancellazione automatica della cronologia di Home a 3 mesi, il minimo disponibile, o disattivarla.
- Verificare che resti disattivato l’uso delle registrazioni audio per migliorare i servizi Google.
- Impostare la cancellazione automatica di Attività web e app a 3 mesi.
- Rivedere e cancellare le voci già presenti in Le mie attività.
- Disattivare la personalizzazione degli annunci basata su queste attività.
- Configurare account supervisionati con Google Family Link per i minori.
- Verificare i dispositivi collegati a Google Home e le app di terze parti autorizzate.
- Disattivare Voice Match per chi non vuole essere riconosciuto.
Un controllo ogni sei mesi
Amazon e Google modificano periodicamente i propri pannelli, aggiungono funzioni attive per impostazione predefinita e spostano le opzioni. La configurazione fatta sei mesi fa potrebbe non coprire più tutto.
Quando qualcosa non torna: cosa si può fare
Le informative servono a qualcosa?
Le informative privacy di Amazon e Google esistono e si trovano facilmente. Il problema è la loro lunghezza, legata anche al fatto che coprono decine di servizi diversi. Le Linee guida sulla trasparenza del Gruppo di lavoro articolo 29 (WP260 rev.01, par. 8), fatte proprie dall’EDPB, chiedono al titolare di presentare le informazioni “in maniera efficace e succinta al fine di evitare un subissamento informativo”. Per i servizi digitali le stesse linee guida raccomandano informative stratificate, con una sintesi iniziale e i dettagli a un clic di distanza. Leggere l’informativa, poi, non equivale a prestare un consenso. Molti trattamenti si basano su altre basi giuridiche e il consenso, dove serve, va chiesto per finalità specifiche e separate. L’EDPB (Linee guida 02/2021, par. 90) indica come esempi la revisione umana delle trascrizioni e l’identificazione tramite la voce.
Se succede qualcosa, ve ne accorgete?
Probabilmente no. Se un dipendente o un collaboratore del fornitore ascoltasse una vostra registrazione senza autorizzazione, o la trasmettesse a terzi, sarebbe una violazione di dati personali. Il titolare dovrebbe notificarla all’autorità di controllo capofila (art. 33 GDPR). Per Amazon è l’autorità lussemburghese, per Google quella irlandese. Se il rischio è elevato, dovrebbe anche comunicarla agli interessati (art. 34). Ma perché questo accada il titolare deve prima accorgersene. I casi noti di ascolto delle registrazioni da parte di dipendenti e collaboratori esterni sono emersi nel 2019 grazie a un’inchiesta di Bloomberg su Amazon e alla diffusione di oltre mille registrazioni di Google Assistant all’emittente belga VRT. In entrambi i casi l’ascolto era organizzato dalle stesse aziende per migliorare il riconoscimento vocale.
Cosa fare in concreto
Almeno due cose.
Riascoltare periodicamente le registrazioni. Aprire il pannello privacy ogni tre o quattro mesi e vedere cosa è stato registrato. Lo scopo è capire quante conversazioni il dispositivo ha conservato senza che ve ne accorgeste. È l’unico modo per farsi un’idea reale dell’esposizione.
Esercitare i diritti e, se serve, presentare reclamo. Se trovate registrazioni non volute e ripetute, come attivazioni senza parola di attivazione, voci di ospiti o conversazioni private, potete chiedere spiegazioni e la cancellazione al titolare, ai recapiti indicati nell’informativa. Se non risponde o risponde in modo evasivo, potete presentare reclamo al Garante per la protezione dei dati personali (art. 77 GDPR), che lo tratterà insieme all’autorità capofila. Il Garante ha pubblicato una scheda informativa sugli assistenti digitali con consigli pratici per l’uso.
La tutela arriva dopo, la prevenzione prima
Gli strumenti di tutela si attivano quando il problema è già emerso. In un contesto di raccolta continua e diffusa, la prevenzione e la consapevolezza di cosa si sta accettando restano le leve più efficaci a disposizione di chi usa questi dispositivi in casa.
Quello che conta
Un assistente AI domestico è un sistema connesso, aggiornabile da remoto e integrato in un’infrastruttura che l’utente non controlla. Da qui conviene partire.
Quando il rischio è accettabile? A mio avviso in casa vanno applicati gli stessi criteri che si usano in azienda per la sicurezza delle informazioni: valutare i beni da proteggere, le minacce e le conseguenze, poi decidere. Configurazioni restrittive, conservazione breve e rinuncia all’uso dei dati per l’addestramento aiutano. La leva più forte resta la scelta di quali stanze possono ospitare un microfono sempre connesso. Una camera da letto, la stanza di un bambino, un bagno o uno studio in cui passano informazioni riservate sono luoghi in cui un dispositivo compromesso può trasmettere all’esterno audio e, se dotato di telecamera, anche video.
Scegliere cosa far entrare nelle stanze in cui si vive è una scelta personale e familiare, da fare pensando prima di tutto alle persone più vulnerabili e a chiunque finisca per essere coinvolto. Poche domande aiutano. Cosa succederebbe se qualcuno controllasse il dispositivo? Quale vantaggio reale ottengo installandolo nella stanza di mio figlio o in camera da letto? Esiste un’alternativa meno invasiva? So con cosa ho a che fare? Il rischio reale sta nella distanza fra le risposte che ci diamo e quelle che eviteremmo di darci.
Fonti e riferimenti
- B. Jose et al., “The cognitive paradox of AI in education: between enhancement and erosion“, Frontiers in Psychology, 16, 2025.
- Amazon, “Alexa+ da oggi disponibile in Italia“, 15 aprile 2026.
- Amazon, “Alexa, Dispositivi Echo e la tua privacy“, pagina di assistenza consultata a settembre 2026.
- Google, “Manage & delete your Gemini for Home activity“, pagina di assistenza consultata a settembre 2026.
- Oumi, “Oumi’s Study Finds 50% of AI Overviews Untrustworthy“, 14 aprile 2026, sullo studio realizzato per il New York Times del 7 aprile 2026.
- Google, “Gemini 3“, 18 novembre 2025.
- EDPB, “Guidelines 02/2021 on virtual voice assistants“, versione 2.0, 7 luglio 2021.
- Gruppo di lavoro articolo 29, “Linee guida sulla trasparenza ai sensi del regolamento 2016/679“, WP260 rev.01, 11 aprile 2018.
- Federal Trade Commission, “FTC and DOJ Charge Amazon with Violating Children’s Privacy Law“, 31 maggio 2023.
- Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act), art. 5. D.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 (Codice privacy), art. 2-quinquies.






